Mio figlio ha otto anni. Come tutti i genitori, anche io e la mia compagna siamo chiamati ai colloqui periodici con gli insegnanti. Il copione lo conosciamo già: il bambino è intelligente, partecipa, progredisce. Ma con la condotta non ci siamo ancora: disturba, spesso litiga coi compagni, risponde. Durante l’ultimo colloquio ci sono state delle novità, è vero, ma non erano altro che modeste variazioni - peggiorative - delle stesse voci: durante l’intervallo portava un bambino di quarta sulle spalle, ha litigato con un compagno di banco, in mensa pare sputasse, secondo la versione delle bambine. Insomma un quadro non proprio confortante, dal punto di vista della disciplina, anche se per ciò che riguarda l’apprendimento non ci sono preoccupazioni.

Dopo le dichiarazioni, passa qualche istante di silenzio, in cui io e la madre ci guardiamo negli occhi, poi guardiamo le insegnanti, e intanto ripassiamo mentalmente tutti i nostri discorsi, di come il loro lavoro sia difficile, che prima di difendere nostro figlio difendiamo la loro parola, che vogliamo partecipare attivamente a un progetto educativo, evitando quella pratica oramai molto diffusa di considerare i propri figli come capolavori intoccabili, piccole opere di porcellana da proteggere contro i rozzi strafalcioni di educatori incompetenti. Quindi ci disponiamo all’ascolto, ci mettiamo in gioco e, perché le osservazioni dei pedagoghi non rimangano lettera morta, poniamo la fatale domanda: “Cosa possiamo fare, insieme?”.

Ma dopo la domanda c’è il vuoto, perché la risposta non è compiuta, non esiste una formula pronta e il nostro percorso, come quello di migliaia di genitori, è tutto da costruire. Nostro figlio ha qualche problema nelle relazioni con i compagni e con gli insegnanti. Noi, a casa, facciamo l’impossibile per dargli una disciplina, e sicuramente sbagliamo quasi tutto. Ma come possiamo intervenire nel suo comportamento a scuola? Non è forse la scuola stessa che dovrebbe dargli gli strumenti per apprendere, oltre che informazioni e conoscenze, l’arte della relazione, dello stare in collettività? E se la scuola non fa questo, che senso ha la sua stessa esistenza? Quale utilità nell’edificio scolastico, in un era in cui basterebbe connettersi in videoconferenza da casa, per seguire le lezioni? 

Ecco, dopo aver ascoltato le sacre ragioni degli insegnanti, la mia domanda è cambiata. Se non è la scuola che insegna la socialità, come possiamo insegnarla noi a casa, che è il luogo di altre relazioni, non meno importanti, ma che sono diverse per natura da quanto l’individuo trova là fuori, nel mondo, dove la famiglia non è che il seno di affetti dove il ragazzo vorrà tornare sempre meno spesso?

Il colloquio era in fase di stallo, allora ho ripensato a questo piccolo capolavoro, un documentario realizzato alla scuola Pestalozzi di Firenze, e ne ho parlato alle insegnanti, sottolineando come, in quell’istituto, l’educazione affettiva sia materia curricolare, a cui viene dedicato un tempo specifico per tutto l’arco del percorso didattico. Qualche sguardo si è illuminato, qualcuno è rimasto immobile, una maestra ha osato dire che “forse potremmo fare dei laboratori”. Ma poi, le stesse maestre si autocensurano, perché “i programmi ministeriali” e tutte le limitazioni a cui il loro lavoro è sottoposto, impediscono che la questione venga davvero affrontata e risolta.

Sì, mio figlio si fa notare, ma è probabile che molti altri bambini siano, più o meno, come lui. E allora poi, quando lo Stato spende fiumi di denaro in campagne di prevenzione contro il bullismo, contro la violenza di genere, contro ogni sorta di devianza, forse qualcuno potrebbe ricordarsi della scuola Pestalozzi, e di quanto più saggio sarebbe, a partire dalle elementari o anche prima, dedicare dieci minuti al silenzio, un’ora in più a imparare a stare insieme, e che tutti i giorni dell’anno i voti constassero ben poco, perché l’obiettivo di ogni istante è diventato collaborare, anziché competere.

Questo piccolo documentario, con la sua pulizia, la sua qualità di ascolto innocente e di sguardo trasparente su quanto accade a una quinta elementare, poco prima del rito di passaggio a una nuova fase della vita, mostra che un’altra scuola è possibile. Non sono necessarie grandi strutture, né particolari risorse, basta soltanto la volontà di un gruppo di persone, docenti, dirigenti, genitori, di dare importanza alla persona, alle relazioni, alle emozioni, insomma a tutto quanto ci rende umani e che troppo spesso scegliamo di non educare, trascurandone la fondamentale importanza nella vita nostra e di coloro che saranno adulti domani.

Che mondo stiamo costruendo? Ho sempre pensato che quello dell’insegnante dovrebbe essere un lavoro per il quale servirebbero qualifiche di altissimo livello, una grande esperienza e stipendi favolosi. Perché gli insegnanti, in special modo quelli che lavorano con i bambini, con individui che si stanno formando e che costruiscono, giorno dopo giorno, la propria personalità, hanno una responsabilità enorme su ciò che quegli individui saranno e faranno da adulti. Non parlo della vita lavorativa, che pure è importante, ma di ciò che porteranno nel mondo con il loro comportamento, con il loro carattere, la loro generosità o prepotenza. 

Per questo, Educazione affettiva, è un lavoro importante, pieno di senso e di significato, proprio e ancor più in un mondo in cui il piano delle emozioni, del lavoro su di sé diventa l’ossessione di milioni di adulti in cerca di corsi, laboratori, workshop, sedute di psicoterapia che promettono di ricostruire un’integrità perduta fra i compartimenti stagni in cui si è scomposta, man mano, la nostra coscienza. 

Per mestiere faccio l’artista. Spesso mi domando che senso abbia il mio lavoro, che utilità possa avere per gli altri, per il mondo in cui vivo. Lo migliora, lo peggiora o è del tutto ininfluente? A volte queste domande sono così cocenti che mi riducono all’immobilità, perché molti progetti muoiono di fronte a questo implacabile vaglio. Ma è quando mi imbatto in opere come Educazione affettiva, che ritrovo una speranza e mi ricordo che l’arte è sempre utile. La ricerca delle bellezza è terapeutica e se l’occhio dell’artista è capace di coglierla nella semplicità, nel lavoro pulito delle mani, nella voce di un maestro che guida i suoi alunni, negli sguardi di bambini che cercano assetati il senso delle cose, allora il senso è ritrovato. Educazione affettiva è un documentario che avrei voluto fare io, ma in questo caso non provo invidia, anzi, sono grato ha chi ha dedicato tempo e risorse per lasciare questa testimonianza, questo “diario di bordo” che tutti i navigatori curiosi possono ritrovare e, volendo, ricalcarne la storia.

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