La Voce di Romagna, 26 aprile 2008
Giù dal palco / Cinque pièce-bonsai cha raccontano la "casa". Turbandoci e convincendoci.

RIMINI - Il Grattacielo - location abbastanza inusuale ma indovinata - ha accolto, in maniera itinerante, la mise en scene di Campanelli, progetto ad ampio respiro che ha coinvolto numerose compagnie teatrali della Provincia.

Un viaggio tra gradini e ascensori, in gruppi da 12 spettatori, che si snoda - fil rouge sottile e raffinato - sulle note de Le stagioni di Pëtr Il'ic Cajkovskij (le stesse che Fabrizio De André ha utilizzato nell'album Le nuvole dopo Don Raffaè e prima de La domenica delle salme). Da qui, da Cajkovsji, prendono il via le cinque pièce-bonsai (20 minuti l'una): cuffiette nelle orecchie, intermezzi musicali che si alternano a racconti antropologici sulla "casa" e sull'alloggio. Prima tappa: Abuso, lavoro di matrice beckettiana ben scritto da Paola Vannoni e vissuto, forse con meno energia rispetto al testo drammaturgico, da Alberto Guiducci e Rossano Varliero. In sospeso tra un Finale di partita e Godot (ma con qualche cenno al Pirandello del Giuoco delle parti quando Varliero perde l'uovo dalla tasca e se lo mangia), la storia mette in scena il difficile rapporto fra un uomo in carrozzella (Guiducci) e il servo (Varliero), fatto di sottili affetti, di complessi non risolti, di odio e scatti. Sulla sinistra, una sscacchiera che vede, nei panni delle pedine, alcuni gatti di plastica.

Francesco Gabellini invece ha messo su carta uno squarcio di vita quotidiana reale: lei (buona attrice davvero) e lui, lui e una giovane cocotte che porta a casa "per", la moglie lo becca quando... quando suona un esperto di pianoforti che deve valutare il prezzo dello strumento. La ragazzina, quasi per magia, diventa la figlia della coppia che, quasi per scherzo, alla fine si ritrova.

Tinte da Cinema cielo di Danio Manfredini per Rumore, il testo di Vincenzo Terlizzi diretto in maniera molto cinematografica da Mirco Gennari: un telo trasparente separa gli spettatori dall'azione scenica (una stanza bianca). Nelle cuffie, i dialoghi a bocca chiusa tra un uomo (Alex Gabellini) e una donna (Giulia Troiano). La ragazza cerca di donare serenità, lui si distrae. Lei lentamente inizia la danza della seduzione, lui è nervoso. Lei si spoglia, lui ripensa al "Rumore", all'omicidio compiuto prima (l'incipit della pièce, lui che entra in scena sporco di sangue). Bellissimo il finale: lei in reggiseno e mutandine, lui con la camicia sbottonata che si lanciano verso la parete che li separa dagli spettatori e lì, come nelle Metamorfosi di Ovidio, si cristallizzano.

Buone prove attoriali per Alessia Canducci, impegnata a dare voce e faccia al testo di Loris Pellegrini e per il gruppo che ha messo in scena il testo di Davide Schinaia: bella regia (forse la migliore delle cinque) e da applausi l'attore che interpreta la parte del tossico.

"Campanelli", seppur con qualche macchia qua e là, è tutto sommato un lavoro utile e interessante: cinque ritratti intimi, in cui non sempre la messa in scena possiede la stessa forza della scrittura.

Alessandro Carli

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